Dylan Dog: 40 anni di orrore elegante

Alessio Briguglio
Accade oggi
26/09/2026

Ci sono personaggi che, quasi senza accorgersene, finiscono per cambiare la prospettiva con cui una generazione guarda il mondo. Dylan Dog, quando arrivò in edicola, con "L’alba dei morti viventi", nell’ottobre del 1986, l’orrore non era più soltanto una faccenda di mostri, sangue e porte socchiuse nell'oscurità. Poteva diventare malinconia, filosofia, amore, solitudine, perfino decadente eleganza.


La vera rivoluzione di Dylan sta nel non trattare l’orrore come una semplice macchina narrativa destinata a spaventare il lettore. Sergio Bonelli e Tiziano Sclavi costruiscono invece un universo nel quale il soprannaturale entra nella quotidianità quasi con discrezione. Il morto vivente può essere terribile, ma anche patetico; il mostro può fare paura, ma può soprattutto parlare della paura degli uomini. Il fantastico diventa così uno specchio deformante nel quale riconoscere qualcosa di terribilmente reale.


Dylan indaga sul paranormale con la stessa naturalezza con cui un detective tradizionale indagherebbe su un omicidio. Ma non possiede la sicurezza dell’investigatore classico. È fragile, sentimentale, pieno di ossessioni. Non ha nessuna intenzione di dominare l’orrore, anzi, ne comprende più aspetti di quanto, forse, vorrebbe. Ecco, questa vulnerabilità ha, da subito, reso il personaggio moderno.


Nella storia del fumetto anglosassone esiste un solo personaggio che può reggere davvero il confronto di questa "paranormale" variazione sul tema: John Constantine, nato sulle pagine di Swamp Thing dalla penna di Alan Moore nel 1985. Anche Constantine tratta il soprannaturale come una porta attraverso cui entrare nella realtà. Ma lo fa con un coraggio iconoclasta ancora più radicale. Constantine è politico, cinico, blasfemo; usa demoni, magia e inferno per parlare di Thatcher, classe sociale, religione, potere, guerra e manipolazione.


Dylan Dog è diverso. La sua iconoclastia è più sottile. Non distrugge il sacro, piuttosto lo interroga mostrandone le incrinature più sottili. Non ha bisogno di bestemmiare il mondo per metterlo in discussione. Gli basta mostrare quanto siano fragili le nostre certezze.


Proprio qui risiede l’eleganza irripetibile di quelle prime storie. Sclavi comprese che il vero orrore non abita necessariamente nei cimiteri. Può stare nell’amore che finisce, nella solitudine, nella follia, nella morte, nella paura di diventare ciò che non vorremmo essere.


Dylan Dog non ha inventato l’orrore nel fumetto, chiaramente. Gli ha dato, però, una voce, un’ironia e una malinconia. Ha dimostrato che si poteva parlare di fantasmi senza smettere di parlare degli uomini.


E forse, quarant’anni dopo, è proprio questa la cosa più spaventosa: che il mostro sia quasi sempre l’ultima cosa di cui avere paura, ma la prima di cui ci piace parlare.