Fitzgerald, 130 anni di sogni e disillusioni

Francis Scott Fitzgerald oggi avrebbe compiuto 130 anni. Nato a St. Paul nel 1896, morto a Hollywood nel 1940 a soli 44 anni, Fitzgerald ha lasciato pochi romanzi, molti racconti e soprattutto una domanda che sembra scritta per il nostro tempo: quanto costa credere nel proprio sogno?
Viene ricordato come lo scrittore dell’Età del Jazz, delle feste, delle automobili, del denaro, delle notti infinite. Ma Fitzgerald era molto lontano dall'essere il cantore degli anni Venti. Ne era, piuttosto, già il testimone più inquieto. Guardava l’America ricca con la meraviglia di chi partecipa alla festa e con il sospetto di chi sa che, prima o poi, la festa finirà e arriverà il conto. The Great Gatsby, pubblicato nel 1925, è diventato il grande romanzo del sogno americano proprio perché ne racconta la contraddizione. Gatsby ha tutto. Denaro, una villa, automobili, feste, prestigio eppure non vuole davvero la ricchezza. Gatsby vuole il passato, vuole Daisy ma, soprattutto, vuole dimostrare che ciò che è stato può essere riconquistato. Il denaro diventa così una macchina del tempo, corrotto dal contrabbando e dalla vicinanza al crimine organizzato degli anni del proibizionismo.
Un personaggio che rende Fitzgerald un precursore autentico del XXI secolo, che ha trasformato il sogno in un modello economico. Ci viene detto che possiamo diventare ciò che vogliamo, purché lavoriamo abbastanza, consumiamo abbastanza, costruiamo abbastanza la nostra immagine. Il successo non è più soltanto qualcosa che si raggiunge, è qualcosa che bisogna mostrare. Gatsby avrebbe capito perfettamente i social network.
Avrebbe capito le ville fotografate dall’alto, le automobili esibite, i corpi trasformati in curriculum, la ricchezza raccontata come prova di valore. Avrebbe capito soprattutto l’idea più pericolosa: che essere felici e sembrare felici possano diventare quasi la stessa cosa.
Ma Fitzgerald aveva intuito che dietro quella rappresentazione c’era qualcosa di molto più fragile: il desiderio.
L'idea che la realizzazione del "sogno" ci renderà finalmente completi. Forse, tutta la modernità di Fitzgerald sta proprio nell’aver capito che il sogno americano confonde facilmente la possibilità con la promessa. Puoi cambiare vita, puoi arricchirti, puoi reinventarti, ma nulla garantisce che, una volta arrivato, troverai ciò che stavi cercando. Fitzgerald lo sperimentò sulla propria pelle. Il successo arrivò giovanissimo, nel 1920, con This Side of Paradise, e gli permise di sposare Zelda Sayre. Poi vennero la celebrità, Parigi, gli anni della grande vita americana in Europa, ma anche l’alcolismo, le difficoltà economiche e il deteriorarsi della salute e del matrimonio. Negli ultimi anni lavorò a Hollywood, mentre il suo successo letterario declinava.
C’è qualcosa di profondamente fitzgeraldiano in questa parabola, dello scrittore che ossessionato dal successo non riuscì a godere pienamente del proprio. Fitzgerald, a 130 anni dalla nascita, non sembra affatto uno scrittore del passato. Sembra uno scrittore che ci sta ancora aspettando, davanti a una festa ancora nel pieno del proprio furente splendore, mentre qualcuno continua a credere che, correndo abbastanza forte verso il futuro, si possa finalmente raggiungere il passato.