Silvio Berlusconi. Tra innovazione e rivoluzione mancata

Federico Tantillo
Accade oggi
29/09/2026

Prima della politica

Oggi Silvio Berlusconi avrebbe compiuto novant'anni. Era nato a Milano il 29 settembre 1936 e quando, il 26 gennaio 1994, annunciò la sua celebre «discesa in campo», era già da molto tempo uno degli uomini più conosciuti d'Italia. Prima l'edilizia, Milano 2, poi la televisione commerciale. Canale 5, Italia 1, Rete 4. Fininvest, Publitalia, Mondadori. E dal 1986 il Milan. Berlusconi aveva intuito prima di molti altri che la televisione non era soltanto un mezzo attraverso il quale trasmettere programmi. Poteva diventare un sistema nel quale spettacolo, pubblicità, consumi e stili di vita finivano per parlare la stessa lingua.

Nel 1988 lavoravo come addetto stampa in un'agenzia di comunicazione composta da professionisti molto giovani e molto bravi, guidati da Stefano Milioni, giornalista e imprenditore, soprattutto straordinario innovatore della comunicazione. Il suo principio era semplice: ottenere risultati attraverso l'intelligenza e le idee, non attraverso la forza dei grandi budget. In quegli ambienti, soprattutto tra i giornalisti milanesi, di Berlusconi si parlava già molto. Circolavano anche racconti, poco più che voci di corridoio, su alcune sue cene particolarmente disinvolte. Non diedi peso: non sapevo quanto ci fosse di vero e soprattutto non mi sembravano professionalmente interessanti. Molti anni dopo, inevitabilmente, mi sarebbero tornate in mente. Ma allora mi interessava molto di più capire come quell'uomo fosse riuscito a cambiare così profondamente la televisione italiana, e con essa la società.


La forza della pubblicità

La televisione commerciale costruita da Berlusconi aveva un motore fondamentale: la pubblicità. Publitalia non era semplicemente la concessionaria delle reti Fininvest. Era uno degli strumenti essenziali di un modello imprenditoriale nel quale programmazione televisiva, pubblico e investimenti pubblicitari diventavano parti dello stesso sistema. Negli anni Novanta, lavorando a Teleroma 56, ebbi rapporti più o meno diretti con Publitalia, che gestiva importanti pacchetti pubblicitari anche nel mondo delle televisioni locali. Teleroma 56 era allora una delle emittenti locali più importanti d'Italia. Non ne ricavai un'impressione particolarmente positiva. La sensazione, vista dalla parte di una televisione locale, era che la straordinaria forza degli investimenti pubblicitari potesse diventare anche uno strumento di pressione e di influenza. È un ricordo personale, naturalmente, e tale deve restare.

Mia zia, che lavorava in politica ad alto livello fin dagli anni Sessanta, conosceva la sua assistente personale, e mi raccontava spesso episodi che restituivano l'immagine di un uomo dotato di un'intelligenza non comune e di una straordinaria capacità intuitiva. Su questo, del resto, ho sempre avuto pochi dubbi. Si può essere lontanissimi da Berlusconi politicamente e riconoscere la sua capacità di comprendere in anticipo trasformazioni che altri avrebbero visto soltanto dopo.


La discesa in campo

Poi arriva il 1994. Il vecchio sistema dei partiti è stato travolto da Tangentopoli. Democrazia cristiana e Partito socialista non sono più i grandi riferimenti del moderatismo italiano. Si vota con una nuova legge prevalentemente maggioritaria. Berlusconi fonda Forza Italia e trasferisce nella politica una parte del linguaggio che aveva sperimentato nell'impresa e nella televisione: comunicazione diretta, messaggi semplici, centralità del leader, tecniche di marketing, una struttura organizzativa costruita in tempi rapidissimi anche attraverso uomini provenienti da Publitalia. Il risultato è impressionante. Alle elezioni del marzo 1994 Forza Italia diventa il primo partito e la coalizione costruita da Berlusconi vince. Poche settimane viene nominato presidente del consiglio. La politica italiana è cambiata. E non tornerà più quella di prima.


La promessa liberale

In quei mesi Berlusconi parla di una «rivoluzione liberale»: meno Stato, più mercato, riforma delle istituzioni, della giustizia e della pubblica amministrazione, maggiore libertà economica, un diverso rapporto tra cittadino e potere pubblico. Sono parole che incontrano inevitabilmente il mondo radicale. Marco Pannella decide di "aprire" a quella possibilità. Nell'aprile del 1994 Berlusconi interviene alla Convenzione nazionale dei Riformatori e parla esplicitamente di rivoluzione liberale, di riforme elettorali e istituzionali. Allora lavoravo a Teleroma 56, emittente molto vicina al mondo radicale. La distinzione è importante: lavorare in una struttura vicina al Partito Radicale non significava fare politica nel Partito.

Io appartenevo alla prima categoria. E ricordo bene le discussioni di quegli anni. Molti di noi erano perplessi. Io certamente lo ero. Non dubitavo soltanto che Berlusconi avrebbe incontrato difficoltà nel realizzare quella rivoluzione liberale. Dubitavo che fosse davvero ciò che gli interessava fare. Era una mia valutazione. Pannella scelse invece di mettere alla prova quella possibilità. Ma già pochi mesi dopo gli chiedeva di scegliere davvero la strada delle «radicali riforme» e dello Stato di diritto. E negli anni successivi la distanza tra la promessa liberale e ciò che veniva effettivamente realizzato sarebbe diventata uno dei motivi ricorrenti della sua critica a Berlusconi.


L'innovatore e il riformatore

Berlusconi avrebbe continuato a dominare la politica italiana per quasi vent'anni. Quattro governi da presidente del consiglio, vittorie e sconfitte elettorali, la nascita del Popolo della Libertà e poi il ritorno a Forza Italia. Intorno a lui, per decenni, si sono confrontate due Italie quasi speculari: quella che lo considerava il simbolo della libertà d'impresa e quella che vedeva nella concentrazione di potere economico, televisivo e politico un'anomalia da risolvere. Ci sono state le battaglie sulla giustizia, il conflitto d'interessi, i processi, le assoluzioni, le prescrizioni e anche una condanna definitiva. Ci sono state controversie private diventate questioni pubbliche.

Ma forse, a novant'anni dalla sua nascita, vale la pena provare a guardare oltre la contrapposizione tra berlusconiani e antiberlusconiani. Perché un fatto rimane. Silvio Berlusconi è stato un innovatore. Ha cambiato la televisione commerciale, la pubblicità, il rapporto tra spettacolo e consumo. Ha trasformato la comunicazione politica e il rapporto diretto tra leader ed elettori. Ha costruito in pochi mesi un partito capace di vincere le elezioni. Ma cambiare non significa necessariamente migliorare. Ed è qui che il giudizio di Pannella continua a sembrarmi importante. Berlusconi aveva promesso una rivoluzione liberale. Quelle riforme, almeno nella dimensione radicale con la quale erano state annunciate, non arrivarono.

Non so se non ne ebbe il coraggio, se incontrò resistenze più forti di quanto avesse immaginato o se, come sospettavo già allora, semplicemente non rappresentassero davvero la sua vera priorità. So però che Berlusconi aveva dimostrato di saper cambiare profondamente le cose che voleva cambiare. La televisione. La pubblicità. Il calcio. La comunicazione. Persino il modo di fare politica. Forse la domanda più interessante, novant'anni dopo la sua nascita, è proprio questa: perché la rivoluzione liberale che aveva promesso all'Italia non ha conosciuto la stessa sorte?