Stevie Wonder. Cinquant’anni nella chiave della vita

Federico Tantillo
Accade oggi
28/09/2026

Il coraggio è già nel titolo


Ci vuole una certa incoscienza per chiamare un album Songs in the Key of Life. Canzoni nella tonalità della vita. Come se la vita avesse una tonalità. E come se fosse possibile metterla dentro un disco. Stevie Wonder ci prova a ventisei anni. E ha già alle spalle una carriera che basterebbe a molti musicisti per una vita intera. È stato “Little Stevie Wonder”, il bambino prodigio della Motown. Poi è diventato autore, compositore, cantante, polistrumentista, produttore. E soprattutto ha conquistato una libertà creativa straordinaria. In pochi anni ha pubblicato Music of My Mind, Talking Book, Innervisions, Fulfillingness’ First Finale.

Poi arriva questo. Due LP e un EP aggiuntivo, ventuno brani. Un progetto smisurato che entra direttamente al numero uno della classifica americana e vi rimane complessivamente per quattordici settimane. L’anno successivo vincerà anche il Grammy come album dell’anno. Ma i numeri raccontano soltanto una piccola parte della storia.



Dodici anni, e una radio


Nel settembre del 1976 ho dodici anni. Ne compirò tredici a novembre. La musica è già una parte importante della mia vita, ma il mio mondo musicale è ancora molto diverso da quello che diventerà soltanto un anno dopo, con l’arrivo al liceo. Amo la canzone italiana, anche quella melodica. Peppino Di Capri, Peppino Gagliardi, Massimo Ranieri, Mina. Ma sopra tutti, senza paragoni, c’è Lucio Battisti. Edoardo Bennato arriverà dopo, poi Pino Daniele, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Francesco Guccini, e molti altri. Diventerò progressivamente un vero appassionato della musica italiana, soprattutto dei cantautori. La musica comincerà a essere anche una chiave per leggere la politica, la società, il tempo nel quale vivo.

Fuori dall’Italia, invece, ho già nel cuore due fuoriclasse assoluti: Carlos Santana e Stevie Wonder. Me li ha fatti conoscere la radio. Di Santana mi conquista soprattutto Europa. Di Stevie Wonder, inevitabilmente, Isn’t She Lovely. Il 28 settembre 1976 esce Songs in the Key of Life. Pochi mesi dopo, alla fine della terza media, con un po’ di soldi ricevuti da mio padre, da mia madre e da mia nonna, comprerò alcuni dei miei primi dischi. Due li ricordo perfettamente: Amigos di Carlos Santana e Songs in the Key of Life di Stevie Wonder. Li ho ancora.



Un solo album, tutte le tonalità della vita


Dentro Songs in the Key of Life c’è davvero qualcosa che assomiglia alla vita. C’è l’amore di Knocks Me Off My Feet. C’è quello universale di Love’s in Need of Love Today, che apre il disco quasi come una dichiarazione programmatica: l’amore stesso ha bisogno di essere difeso. C’è l’infanzia. Isn’t She Lovely nasce per celebrare la nascita della figlia Aisha. Si sentono persino il pianto della bambina e la quotidianità di un padre che trasforma un momento privato in una canzone capace di appartenere a milioni di persone. Ci sono le disuguaglianze sociali, la questione razziale, la memoria della schiavitù e dell’Africa.

In Village Ghetto Land una melodia quasi settecentesca accompagna immagini di povertà e marginalità. In Black Man la storia americana viene riletta attraverso il contributo delle diverse comunità che l’hanno costruita.

E poi c’è Pastime Paradise: molti anni dopo Coolio partirà proprio da quella struttura per costruire Gangsta’s Paradise. Infine c’è Sir Duke, omaggio a Duke Ellington e, insieme, una delle più belle dichiarazioni d’amore alla musica mai diventate una canzone pop. La musica, canta Wonder, è un mondo dentro se stessa. Forse è la frase che spiega tutto il disco.



Cinquant’anni dopo


Songs in the Key of Life non è grande perché contiene soltanto grandi canzoni. È grande perché non ha paura di essere eccessivo. Wonder vuole parlare di tutto. Dell’amore e della povertà. Dei bambini e della discriminazione. Della fede e del desiderio. Dell’Africa e dell’America. Della memoria e del futuro. E riesce a farlo mescolando soul, funk, jazz, pop, gospel, musica latina, sintetizzatori e grandi orchestrazioni senza perdere mai la propria identità.

Anche la considerazione critica del disco è cresciuta nel tempo. Nel 2012 Rolling Stone collocava Songs in the Key of Life al 57º posto nella sua classifica dei 500 migliori album di tutti i tempi. Nella grande revisione del 2020 lo ha portato fino al quarto posto assoluto. Le classifiche, naturalmente, sono sempre discutibili. Ma un salto del genere racconta qualcosa: con il passare degli anni Songs in the Key of Life non ha semplicemente resistito al tempo. È diventato sempre più centrale nel modo in cui raccontiamo la storia della musica popolare. Nel 2005, intanto, la Library of Congress lo aveva inserito nel National Recording Registry, riconoscendone il valore culturale, storico ed estetico.

Io, naturalmente, tutto questo non lo sapevo. Avevo tredici anni e avevo comprato un disco perché Stevie Wonder mi piaceva e perché alla radio avevo ascoltato Isn’t She Lovely. Accanto c’era Amigos di Santana. Due dischi del 1976. Due mondi musicali diversi. Due musicisti che sarebbero rimasti con me. Cinquant’anni dopo torno a Songs in the Key of Life e forse capisco meglio quel titolo così ambizioso. Stevie Wonder non aveva trovato una sola tonalità della vita. Aveva capito che la vita ne contiene molte. E che la musica può essere una delle chiavi per attraversarle.