Algoritmi progettati per fregarti

Nell’ultimo anno il dibattito pubblico sui social e i minori si è ridotto a una domanda semplice solo in apparenza: vietare o no? Ma il problema è che stavamo guardando nel posto sbagliato. La vera questione non è il contenuto, ma il design delle piattaforme. Lo scroll infinito, l’autoplay, le notifiche push, la selezione personalizzata dei contenuti che vediamo ogni giorno. Queste non sono funzioni neutre, sono scelte ingegneristiche deliberate, progettate per catturare l'attenzione, trattenere gli utenti e massimizzare il tempo trascorso online per sfruttare il circuito dopaminico del cervello, proprio come fanno i meccanismi del gioco d’azzardo. Per anni ci siamo chiesti quali effetti producessero i social, soprattutto sui più giovani: ansia, isolamento, dipendenza, alterazione della percezione di sé.
Tutte domande legittime, ma insufficienti a comprendere il fenomeno nella sua interezza. Perché oggi non basta più chiederci che cosa fanno i social alle persone, dobbiamo iniziare a chiederci come sono stati costruiti per farlo. I social network, infatti, non sono il problema. Sono spazi digitali, luoghi che possono servire a informarsi, creare relazioni, condividere idee, partecipare. Il punto è che negli anni sono cambiati gli obiettivi di chi li governa. Le piattaforme non competono più per offrire un servizio migliore, competono per conquistare e monetizzare ogni secondo della nostra attenzione. Ed è ormai sempre più evidente che per farlo utilizzano algoritmi capaci di alterare comportamenti, orientare scelte, generare dipendenza. Lo hanno riconosciuto, per la prima volta, anche due importanti sentenze negli Stati Uniti, che hanno acceso i riflettori sulle responsabilità di colossi come Meta e Google nella progettazione di sistemi digitali che possono produrre danni psicologici, soprattutto sugli adolescenti. Perché i giovani sono i più esposti? Sono nativi digitali, sì, ma proprio per questo sono anche i bersagli più facili.
Regolare il design, non proibire l’accesso
Una delle proposte che recentemente il Partito Democratico ha portato in Senato prova finalmente a intervenire dove serve davvero, non limitandosi a decidere chi può entrare nella piazza digitale, ma imponendo regole su come quella piazza deve essere costruita. Tre, in particolare, sono i punti centrali. Stop alla dipendenza algoritmica: Scroll infinito, autoplay, notifiche a rinforzo variabile, sistemi di gamification. Tutti strumenti progettati per attivare meccanismi compulsivi. La proposta punta a limitarli o vietarli, soprattutto quando rivolti ai minori. Fine della profilazione invisibile: Ogni utente deve poter sapere perché vede determinati contenuti. Deve poter comprendere la logica che guida la selezione algoritmica. E deve poter scegliere, se vuole, una versione del servizio non personalizzata. Trasparenza e libertà di scelta. Due principi oggi quasi assenti. Contrastare la manipolazione selettiva: Gli algoritmi non si limitano a mostrare contenuti, possono amplificarli, renderli virali oppure silenziarli. Possono alterare il dibattito pubblico. È accaduto su X dopo l’acquisizione di Elon Musk, è accaduto anche in Romania nel 2024, dove il ruolo degli algoritmi di TikTok è entrato nel dibattito sulle interferenze nel processo democratico.
Il punto decisivo: la responsabilità delle piattaforme
La parte più innovativa della proposta, però, è un’altra. Ed è probabilmente quella che le Big Tech temono di più. Il principio è semplice: se l’uso massiccio di algoritmi predittivi su soggetti vulnerabili rappresenta un’attività intrinsecamente pericolosa, allora non può essere la vittima a dover dimostrare il danno, ma deve essere la piattaforma a dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitarlo. Un ribaltamento radicale dell’onere della prova. Il gestore di un social network verrebbe trattato, in sostanza, come il produttore di un farmaco o il responsabile di un’infrastruttura critica. Più potere eserciti, più responsabilità devi assumerti.
Perché questa è una battaglia politica
Qualcuno dirà: ognuno è responsabile di sé È la risposta più comoda. Quella che scarica tutto sull’individuo e lascia le piattaforme libere di progettare sistemi sempre più invasivi. Ma quando un’azienda costruisce deliberatamente un ambiente pensato per ridurre la tua autonomia, sfruttare le tue vulnerabilità e orientare le tue preferenze senza che tu ne sia consapevole, non siamo più nel campo delle scelte private. Siamo nel campo del potere. Le piattaforme digitali non sono più semplici strumenti, sono ambienti che influenzano relazioni, consumi, opinioni, formazione, accesso alle informazioni. Regolarli significa difendere la libertà delle persone di abitare lo spazio digitale senza essere costantemente manipolate da logiche opache governate dal profitto. Non è una crociata contro la tecnologia. È il passaggio necessario dall’adolescenza selvaggia di internet alla sua maturità democratica governata dal diritto, non soltanto dagli interessi economici.
Proteggere i più giovani senza rinunciare alla libertà
I ragazzi vanno tutelati. Vanno accompagnati a un uso consapevole del digitale. Vanno aiutati ad alzare lo sguardo, a vedere le opportunità che esistono fuori dallo schermo. Ma pensare di risolvere tutto vietando ai nativi digitali l’accesso alle piattaforme significa affrontare solo una parte del problema. E soprattutto significa non risolverlo. Perché il punto non è impedire ai giovani di entrare. Il punto è impedire che, una volta dentro, qualcuno abbia progettato tutto per trattenerli.
Simone Plebani