Gaza, il risveglio (?) dell’Occidente

Alessio Briguglio
Esteri
24/05/2026

C’è qualcosa di profondamente cinico nel modo in cui l’Occidente, o quantomeno quella parte che non lo aveva ancora fatto, abbia scoperto, improvvisamente, l’indignazione.


Per quasi due anni Gaza è stata, anche, raccontata attraverso una grammatica fredda fatta di “operazioni”, “risposte”, “danni”, "conseguenze del 7 ottobre", "eccessi" mentre le immagini dei civili uccisi, delle città rase al suolo, di squallide colonialismo e perfino dell’invasione del Libano venivano assorbite dentro una prudenza diplomatica e mediatica spesso indistinguibile, e ripugnante, dalla paralisi morale.


Poi, improvvisamente, il vento cambia. Con esso, cambiano i toni della politica e della stampa.

Il terzo viaggio della Freedom Flotilla Coalition rischia di essere ricordato proprio come il momento in cui una parte dell’establishment occidentale ha capito che l’opinione pubblica non stava più seguendo il copione. L’abbordaggio della flottiglia in acque internazionali, il sequestro degli attivisti, le accuse di maltrattamenti una volta giunti in Israele hanno prodotto una frattura simbolica enorme. Non solo perché si tratta di un precedente gravissimo sul piano del diritto internazionale, ma perché quelle immagini hanno reso improvvisamente tangibile qualcosa che fino a quel momento molti avevano preferito trattare come astratto o lontano.

Difficile non notare come, proprio adesso, una parte della politica e dell’informazione che fino a ieri manteneva toni prudentissimi abbia scelto di irrigidirsi.


Il governo italiano, nelle persone di Meloni e Taja i su tutti, ha usato parole che non aveva mai pronunciato neppure durante le fasi più sanguinose della guerra di Gaza, chiedendo con durezza il rilascio degli italiani fermati. Persino figure come Enrico Mentana, simbolo di un giornalismo moderato e spesso estremamente cauto sul tema, hanno abbandonato l’equilibrismo lessicale per parlare apertamente di violazione del diritto internazionale.


La domanda, inevitabile, è se questa improvvisa fermezza nasca davvero da una presa di coscienza morale o piuttosto dalla percezione che l’opinione pubblica occidentale stia cambiando rapidamente. Perché nell’epoca dei social e delle testimonianze dirette, il consenso non si costruisce più soltanto nei palazzi o nei grandi editoriali. Si misura in tempo reale, nelle piazze digitali, negli umori di spettatori ed elettori. Il rischio, a questo punto, per chi è rimasto troppo tiepido troppo a lungo, è quello di apparire improvvisamente distante dalla realtà percepita dalle persone.


In questo scenario il comportamento del ministro israeliano Itamar Ben-Gvir ha rappresentato forse il punto più estremo della crisi morale e politica israeliana. Le sue dichiarazioni incendiarie, il continuo linguaggio di provocazione e la sistematica radicalizzazione dello scontro hanno contribuito a trasformare il governo Netanyahu nell’immagine stessa di un potere incapace di distinguere sicurezza e vendetta. Ben-Gvir non appare più soltanto come un estremista tollerato per necessità politiche, ma come il simbolo di una deriva che sta erodendo la credibilità internazionale di Israele molto più di quanto riescano a fare i suoi avversari.


Non tanto la crisi diplomatica immediata, quanto la sensazione che si sia incrinato definitivamente il vecchio equilibrio narrativo occidentale sul conflitto. Perché quando perfino i moderati iniziano a temere di perdere il contatto con il proprio pubblico, significa che qualcosa, molto più in profondità, sta già cambiando.