L'aquila e il dragone: di nuovo

Alessio Briguglio
Esteri
17/05/2026

L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping a Pechino è sembrato il primo vero tentativo di ridefinire i rapporti di forza del nuovo ordine mondiale dopo anni di guerra commerciale, crisi energetiche e conflitti regionali. Per la prima volta dopo molto, molto tempo, è apparso chiaro che Washington non si muove più da una posizione mediaticamente e, forse, "mitologicamente" incontrastata.


Tra i temi affrontati figurano la possibilità di ampliare la vendita di petrolio americano alla Cina e l’ipotesi di un’intesa legata alla vendita di microchip, settore ormai decisivo nella competizione tecnologica tra Washington e Pechino. Nonostante il peso dei temi discussi, dal summit sarebbero però rimaste escluse alcune questioni considerate particolarmente sensibili. Su tutte, quella dei dazi commerciali, che continua a rappresentare il nodo economico più delicato nei rapporti tra le due potenze.


A confermarlo è stato lo stesso Trump al termine dell’incontro. Parlando con i giornalisti, il tycoon ha spiegato: “Con il presidente cinese non abbiamo parlato di dazi. Stanno pagando dazi piuttosto elevati, ma non ne abbiamo parlato”. Una dichiarazione che evidenzia come, nonostante il tentativo di riavvicinamento su alcuni fronti strategici, la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina resti sostanzialmente irrisolta. Il tema delle tariffe doganali continua, infatti, a rappresentare uno degli strumenti principali attraverso cui Washington prova a contenere l’espansione economica cinese, mentre Pechino cerca di ridurre la propria dipendenza dal mercato americano.


Il rapporto tra Usa e Cina sul fronte dei dazi si è evoluto negli anni tra escalation, tregue temporanee e nuove tensioni. E proprio l’assenza del tema dal summit di Pechino mostra quanto la questione resti ancora troppo esplosiva per essere realmente affrontata fino in fondo.


C'erano poi due grandi elefanti nella stanza che, come nella filastrocca "si dondolavano sul filo di una ragantela". Il primo, l’Iran. Trump è arrivato a Pechino cercando un sostegno cinese alla stabilizzazione del Golfo e alla sicurezza dello stretto di Hormuz, fondamentale per il commercio energetico di tutti, proprio tutti. Ma Xi ha scelto una postura diversa: nessuna rottura con Teheran, nessuna subordinazione strategica agli interessi americani. La Cina vuole restare arbitro, non alleato.


Il secondo pachiderma, ovviamente, Taiwan. Ed è qui che Xi ha mostrato il lato più duro del vertice, avvertendo Trump che una cattiva gestione della questione potrebbe portare a “clashes and even conflicts”. Non è solo diplomazia: è il linguaggio di una potenza che ormai si percepisce alla pari degli Stati Uniti.


Il picco più alto del summit, almeno a parere di chi scrive, è stato culturale. Xi ha citato Tucidide e la celebre “trappola di Tucidide”: Il principio per cui l’ascesa di una nuova potenza rende inevitabile il conflitto con quella dominante. Un riferimento antico, ma chirurgico. Xi non stava solo parlando di storia. Chiaramente, stava dicendo agli americani che la Cina conosce perfettamente il copione geopolitico occidentale ed è pronta per riscriverlo.


Per anni Washington ha creduto che globalizzazione, propaganda, inerzia, post-storicismo e capitalismo avrebbero occidentalizzato Pechino. Oggi è la leadership cinese a utilizzare il lessico filosofico e storico occidentale per spiegare all’America il proprio declino relativo. Trump continua a parlare il linguaggio della forza. Xi, sempre di più, quello della civiltà imperiale.


Tra i due, il mondo prova a capire chi, tra ascese e decadenze reciproche, stia davvero scrivendo il prossimo secolo.