Il sogno europeo di Altiero Spinelli

Stefano Faina e Silvio Napolitano
Politica
23/05/2026

Il 23 maggio 1986, in una Roma già proiettata verso la modernità ma ancora attraversata dalle fratture della Guerra Fredda, moriva Altiero Spinelli. Aveva 78 anni e lasciava dietro di sé non soltanto una carriera politica, ma un’idea di Europa nata nelle prigioni del fascismo e trasformata, decennio dopo decennio, in uno dei progetti politici più ambiziosi del Novecento.


La sua storia sembra il romanzo di un dissidente europeo. Giovane militante antifascista, Spinelli venne arrestato dal regime di Benito Mussolini e trascorse oltre dieci anni tra carcere e confino. Il fascismo voleva spegnere una voce; finì invece per alimentare una visione destinata a sopravvivere alle macerie della guerra.


Il punto di svolta arrivò sull’isola di Ventotene. È lì, nel 1941, mentre l’Europa veniva divorata dai bombardamenti e dai totalitarismi, che Spinelli, prigioniero, insieme a Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, scrisse clandestinamente il Manifesto di Ventotene. Quelle pagine circolarono di nascosto, affidate a copie clandestine e passaggi di mano rischiosissimi. Ma dentro c’era già il nucleo dell’Europa futura: l’idea che i nazionalismi avessero trascinato il continente verso due guerre mondiali e che soltanto una federazione europea avrebbe potuto impedire nuove catastrofi.


Non era un semplice documento politico. Era una dichiarazione di lotta ai confini mentali dell’Europa del Novecento.


Finita la guerra, Spinelli trasformò quell’utopia in un progetto concreto. Fondò il Movimento Federalista Europeo e iniziò una lunga battaglia politica e culturale per un’Europa unita non solo economicamente, ma politicamente. Per lui il mercato comune non bastava: servivano istituzioni condivise, una politica estera comune, un’identità europea capace di superare le vecchie rivalità nazionali.


Negli anni Ottanta arrivò il suo ultimo grande tentativo: il “Progetto Spinelli”, il piano per trasformare la Comunità Europea in una vera unione federale. Molte intuizioni di quel testo sarebbero poi finite nei trattati europei successivi. Ancora oggi il Parlamento Europeo gli rende omaggio dedicandogli uno dei suoi edifici principali a Bruxelles.


Eppure Spinelli non fu mai soltanto un uomo delle istituzioni. Negli ultimi anni guardò con interesse crescente alle battaglie radicali di Marco Pannella. In lui vedeva qualcosa che la politica italiana sembrava aver smarrito: una dimensione transnazionale, quasi postnazionale, delle lotte civili. Pannella parlava di diritti, giustizia, libertà individuali attraversando i confini europei, e secondo diverse testimonianze Spinelli arrivò a considerarlo una sorta di erede ideale del proprio europeismo militante.


I luoghi della sua storia oggi sembrano tappe di una geografia simbolica europea. Ventotene è diventata il santuario laico del federalismo continentale; Roma custodisce il ricordo delle sue battaglie politiche; Bruxelles porta inciso il suo nome nel cuore delle istituzioni europee. Ma il vero lascito di Spinelli non è un edificio, né un trattato.


È un’ossessione politica ancora irrisolta.


Perché ogni volta che l’Europa vacilla — davanti alle guerre ai suoi confini, alle crisi energetiche, ai nazionalismi che ritornano, alle divisioni interne — riemerge la domanda che Spinelli aveva intuito nel pieno della Seconda guerra mondiale: può esistere un continente unito senza una vera coscienza comune?


A quarant’anni dalla sua morte, la risposta non è ancora definitiva. Ed è forse questo il segno più potente della sua eredità. Spinelli aveva capito che l’Europa non sarebbe mai stata soltanto un accordo economico o una macchina burocratica. Sarebbe stata, prima di tutto, una sfida storica e culturale. Una scelta. Fragile, incompleta, continuamente contestata. Ma necessaria.


Perché nelle notti di Ventotene, mentre il continente crollava sotto le bombe, un confinato politico immaginò un’Europa capace di sopravvivere ai suoi stessi fantasmi. E quel sogno, nel bene e nel male, non ha ancora smesso di chiedere di essere completato.


Stefano Faina e Silvio Napolitano