La scuola e il volto, imposto, dell’integrazione

C’è qualcosa di profondamente significativo nel modo in cui la politica decide di affrontare il tema dell’integrazione. Proprio sul luogo nel quale le differenze imparano a convivere, si abbate ora una norma che stabilisce quali comportamenti e quali simboli possono entrare in aula. Il governo ha approvato il divieto di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto quando questo impedisca il riconoscimento della persona.
La misura riguarda in particolare burqa e niqab e prevede sanzioni da 200 a 1.000 euro, che nel caso dei minori ricadono sui genitori. Il punto, naturalmente, non è soltanto il velo integrale. È il confine tra libertà individuale, identità religiosa, sicurezza e potere dello Stato di stabilire le condizioni della vita collettiva. Una scuola deve poter identificare uno studente, soprattutto durante un esame o in situazioni nelle quali sia necessario verificare chi si trova davanti a un docente. Questo principio è difficilmente contestabile. Ma un conto è stabilire quando il volto debba essere riconoscibile; un altro è trasformare quella necessità in una disciplina generale dell’abbigliamento.
È qui che la questione diventa culturale. Lo Stato non sta soltanto chiedendo di mostrare il volto in determinate circostanze, sta comunicando che esiste una soglia oltre la quale una pratica religiosa o culturale non può essere accettata nello spazio scolastico. La presidente del Consiglio ha presentato la misura come parte di un modello di integrazione fondato sulle regole comuni.
È un'impostazione legittima da discutere, ma proprio per questo non dovrebbe essere ridotta a uno slogan. L’integrazione non significa soltanto chiedere a chi arriva di adeguarsi. Significa anche costruire una società nella quale le regole comuni siano sufficientemente solide da non avere bisogno di trasformare ogni differenza in una minaccia.
C’è un altro elemento da considerare. Il divieto del volto coperto arriva nello stesso provvedimento che introduce un limite del 30 per cento, secondo determinati criteri, alla presenza di studenti con cittadinanza non italiana nelle classi prime. Sono misure diverse, ma appartengono alla stessa discussione politica sulla scuola, sull’identità e sui confini dell’integrazione.
A prescindere dal fatto che il burqa possa piacere o meno, una democrazia dovrebbe educare alla libertà, anche quando incontra comportamenti che considera estranei, discutibili o lontani dai propri valori.
Dovrebbe anche insegnare che la libertà non consiste soltanto nel poter essere uguali, ma nel poter essere diversi entro i limiti stabiliti dalla legge. Il volto può essere richiesto quando serve riconoscere una persona. Ma quando lo Stato comincia a stabilire quale volto sia accettabile nello spazio educativo, la questione non riguarda più soltanto un indumento. Riguarda l’idea stessa di cittadinanza che vogliamo trasmettere alle future generazioni che abiteranno questo pianete.