50 anni da "Fenômeno": compie gli anni Ronaldo

Cinquanta candeline per colui che non è stato semplicemente un attaccante, ma un vero e proprio spartiacque temporale nella storia del calcio. Quando si parla di Ronaldo Luís Nazário de Lima, il calcio si divide in un prima e un dopo: prima di lui c’erano punte rapide o centravanti d’area; dopo di lui è nato il prototipo dell’attaccante totale, capace di abbinare una velocità supersonica a una tecnica da futsal e a una potenza fisica devastante.
La rivoluzione del numero 9
Prima di approdare nel nostro campionato, Ronaldo aveva già riscritto i canoni del ruolo con medie realizzative spaventose: dal Cruzeiro (44 gol in 47 gare) al PSV Eindhoven (54 reti in 57 presenze), fino alla leggendaria stagione 1996/97 al Barcellona, chiusa con 47 gol in 49 partite e una sfilza di serpentine palla al piede che sfidavano le leggi dell'attrito.
A soli ventuno anni, Ronaldo conquistava il primo dei suoi due Palloni d'Oro (1997 e 2002) e tre FIFA World Player (1996, 1997, 2002). Nella sua carriera professionistica chiuderà con oltre 350 gol complessivi con i club e 62 reti in 98 presenze con la Seleção brasiliana, vincendo due Coppe del Mondo (USA 1994, pur senza scendere in campo, e Giappone e Corea del Sud 2002), due edizioni della Copa América e una Confederations Cup.
Tra le anomalie statistiche più incredibili del suo repertorio spicca una cifra fuori da ogni logica: oltre 80 delle sue marcature in carriera sono arrivate saltando direttamente il portiere nell'uno contro uno. Non tirava sul palo lontano; preferiva cancellare l'ultimo baluardo avversario, mandandolo a terra con finte di corpo prima di depositare la sfera nella porta sguarnita.
L'impatto con l'Italia: il trionfo di Parigi
Nell'estate del 1997 Massimo Moratti paga l'intera clausola rescissoria al Barcellona per portarlo all'Inter. Il campionato italiano dell'epoca era il torneo più tattico, spietato e difensivamente avanzato del pianeta. Eppure, l'impatto del Fenomeno fu devastante: 34 gol al debutto in maglia nerazzurra.
L'apice di quell'annata resta la finale di Coppa UEFA al Parco dei Principi di Parigi contro la Lazio. Il 3-0 finale è un'opera d'arte scolpita nella memoria collettiva: Ronaldo scatta sul filo del fuorigioco, punta Luca Marchegiani e con un celeberrimo doppio passo senza toccare il pallone sbilancia il portiere prima di scivolare via sulla sinistra per il gol definitivo. In quella serata, persino una delle difese più solide del continente dovette arrendersi alla pura superiorità atletica e tecnica di un giocatore incontenibile.
L'incubo degli infortuni e la resilienza di un campione
Il rapporto tra Ronaldo e l'Italia ha però conosciuto anche il volto più crudele del destino. Il tendine rotuleo del ginocchio destro diventa il tallone d'Achille di un fisico ipertrofico, le cui articolazioni faticavano a reggere cambi di direzione ed esplosività mai visti prima.
Il primo campanello d'allarme suona nel novembre 1999 contro il Lecce. Poi, il 12 aprile 2000, durante la finale d'andata di Coppa Italia contro la Lazio all'Olimpico, accade l'impensabile: rientrato in campo dopo mesi di stop, al primo cambio di passo il ginocchio cede di schianto. L'urlo di dolore del brasiliano e le mani nei capelli dei compagni e degli avversari congelano il mondo del calcio: rottura totale del tendine rotuleo.
Molti medici e addetti ai lavori diedero la sua carriera per finita. Seguirono due anni di calvario riabilitativo, solitudine e lavoro oscuro, interrotti dall'amarezza del 5 maggio 2002 e dalle lacrime all'Olimpico per uno scudetto svanito all'ultima giornata.
La rinascita del 2002: dalla polvere alla gloria mondiale
Pochi mesi dopo quel trauma sportivo, Ronaldo si presenta al Mondiale di Giappone e Corea del Sud con la maglia verdeoro. L'opinione pubblica internazionale lo considerava ormai un ex atleta, un campione al tramonto incapace di reggere i ritmi di un torneo iridato.
La risposta fu leggenda: capocannoniere del torneo con 8 reti, doppietta decisiva in finale contro la Germania di Oliver Kahn a Yokohama e il quinto titolo mondiale sollevato al cielo da assoluto protagonista. Una delle più imponenti rinascite nella storia dello sport professionistico, che gli valse il secondo Pallone d'Oro e il successivo trasferimento tra i Galácticos del Real Madrid, dove arricchirà la sua bacheca con la Coppa Intercontinentale e la Liga (chiudendo l'esperienza madrilena con 104 gol in 177 gare). Il breve ritorno a Milano, stavolta sulla sponda rossonera nel 2007, e l'epilogo al Corinthians hanno chiuso il cerchio di una parabola irripetibile.
Il giudizio dei difensori: l'incubo di una generazione
Ciò che misura la grandezza di Ronaldo Luís Nazário de Lima più di ogni cifra è l'opinione unanime di chi lo ha affrontato sul campo. I migliori difensori centrali dell'epoca d'oro della Serie A hanno sempre indicato il Fenomeno come l'avversario più ingiocabile della loro vita.
Alessandro Nesta ha ricordato più volte quella notte di Parigi: "Ronaldo è stato l'attaccante più forte che abbia mai marcato. Nella finale di Parigi del '98 faceva delle cose incredibili, non riuscivo a stargli dietro. A fine partita ero sfinito e pensavo: questo non è umano".
Fabio Cannavaro ha ribadito il concetto: "L'unico che mi abbia mai fatto veramente paura è stato Ronaldo. Prima delle partite contro di lui andavo a letto e pregavo che non fosse in giornata. Se decideva di puntarti, non avevi scampo: velocità, potenza e tecnica insieme non le ho mai viste in nessun altro".
Anche Paolo Maldini e Lilian Thuram ne hanno sempre parlato con una riverenza particolare, descrivendolo come un treno in corsa capace di muovere la palla a una rapidità tale da rendere vano qualsiasi anticipo o raddoppio di marcatura.
A cinquant'anni dal giorno in cui è venuto al mondo a Bento Ribeiro, il ricordo di Ronaldo resta intatto: un talento puro e sfrontato, capace di superare il dolore e la sfortuna per lasciare un'impronta eterna nella cultura calcistica globale.
Emanuele Saponara